SIAE, trailer cinematografici e Facebook: primi chiarimenti #nosiae #siae #facebook #trailer

Finalmente le prime notizie su come sarà gestita, da parte della SIAE, la questione trailer embeddati su Facebook.

La scorsa volta avevo evidenziato evidenziato perplessità circa la questione pagamenti diritti SIAE per i video su Facebook.

Ieri su Punto Informatico Claudio Tamburrino ha nuovamente intervistato Stefania Ercolani (link alla precedente intervista: http://punto-informatico.it/3319948/PI/Interviste/trailer-risposte-della-siae.aspx) e tra le domande c’e n’è una che richiama la questione in oggetto, ovvero: tutti quei video su Facebook e fratelli?

Di seguito lo scambio domanda/risposta:

PI: In un articolo del Post si legge “Per ora la SIAE non sta monitorando gli account personali dei social network, ma dice Ercolani che anche quelli, come qualsiasi altro sito, sono soggetti al pagamento dei diritti d’autore e prima o poi verranno regolarizzati. Molti account di personaggi pubblici e pagine aziendali avrebbero già sottoscritto la licenza SIAE”. Ma nel comunicato emesso nei giorni scorsi si parla esclusivamente di siti commerciali. Quale delle due affermazioni è vera?
SE: Le pagine aziendali sono siti commerciali. La SIAE ha il compito di riscuotere i diritti per conto dei suoi iscritti in condizioni di economicità ed efficienza. La legge sul diritto d’autore (quella italiana come quella degli altri paesi  occidentali) prevede che qualsiasi uso debba essere autorizzato. Quindi indipendentemente dalle scelte aziendali della SIAE, gli autori possono ritenere che la presenza in certi siti o in certi social network non siano compatibili con la presenza delle loro opere e agiscano di conseguenza, sempre che i siti non abbiano una regolare licenza.
Un sito di informazione serio e credibile come Punto Informatico è molto utile per mettere a fuoco le sostanziali differenze che possono esistere tra varie pagine di Facebook: una cosa è il ragazzino che dialoga con i suoi amici, un’altra cosa è la casa discografica o il music store che apre una pagina su Facebook per avere un rapporto diretto con il suo target. È evidente che i secondi esempi sono decisamente commerciali e i profili “commerciali” o di imprese su Facebook ormai sono di realtà molto presenti e molto incisive. Non è il social network quindi che elimina il carattere commerciale dell’offerta.

Da quanto si afferma, dunque, il problema è rappresentato dai detentori della pagina e dal tipo di utente,pertanto il ragazzino che dialoga con gli amici è ben diverso dalla casa discografica o il music store che apre una pagina su Facebook per avere un rapporto diretto con il suo target.

Mi sta bene. Ok. Pertanto chi deve pagare, secondo la Ercolani, è chi ne fa un uso commerciale, ovvero la casa discografica. Se non capisco male è il soggetto che ci guadagna fisicamente i soldini…

Da qui, nella mia povera mente di informatico, si aprono, di primo acchito, due scenari:

  1. o devono pagare anche piattaforme come Facebook, come Google+ o chi altri volete in quanto, proprio grazie a quell’azienda che mette il video, vendono più pubblicità (che ricordiamo è targettizzata)
  2. oppure Youtube e compagnia dovrebbero interrompere il pagamento poiché non sono le piattaforme ad essere commerciali, bensì l’utente (l’azienda) che le sfrutta a fini commerciali

Perché, altrimenti, discriminare Youtube e costringerlo a pagare rispetto a Facebook? Alla fin fine sempre due siti sono…

Ulteriori questioni mi si sono poste quando la Ercolani non “scende nei dettagli”. Perché non dovrebbe rispondere alla seguente domanda di Punto Informatico?

Mettiamo il caso di un’app distribuita gratuitamente sull’Android Market che effettuano webclipping offrendo agli utenti come servizio la possibilità di vedere trailer trovati sui rispettivi siti: deve pagare anch’essa?

Mah?! Non capisco… non mi sembrava una domanda fuori luogo, anzi…

In qualunque caso, leggendo l’articolo un primo chiarimento ce l’abbiamo: il link è consentito e non paga (rimando alla pagina di Youtube e tanti saluti, tu esci dal mio sito e chi s’è visto, s’è visto), l’embedding è consentito, ma paga 1800€ + iva all’anno. Ovviamente, il riferimento, è ai siti commerciali (notare che la SIAE è convintissima che un sito guadagni almeno 1800€ grazie alle pubblicità generate dalla presenza di trailer).

Per ora non voglio dilungarmi oltre, ma la questione, in tutta sincerità e come opinione assolutamente personale, denota confusione da parte della SIAE stessa e, a tratti, ignoranza (nel senso di “non conoscenza”) rispetto alle tecnologie presenti e al loro utilizzo.

Un’anticipazione per chi volesse leggere altre voci in disaccordo sulla tassa della SIAE sui trailer, può leggere su primissima.it l’intervista al presidente dell’Unione Distributori dell’ ANICA che boccia, in sostanza, la tassa proposta/imposta. Semmai, più in là, scriverò nuovamente (trovando più materiale riguardante le voci illustri discordi).

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