Dedurre e detrarre gli scontrini: che differenza c’è tra deduzione e detrazione? #deduzione #detrazione #scontrini

Negli ultimi periodi, con le scelte del governo dei banchieri contro l’evasione fiscale (si pensi all’operazione messa in atto a Cortina d’Ampezzo, a quelle di Milano, Verona, Napoli…), sta tornando di moda la richiesta di poter detrarre/dedurre parte di quanto si è acquistato, al fine di combattere l’evasione fiscale.

Per fare un esempio basta dire che sull’argomento sono tornati anche nella puntata di Otto e Mezzo (il programma di La7 con Lilly Gruber) del 13/02/2012. C’erano ospiti Severgnigni, Ferrari (in collegamento dalla Grecia) e il Sottosegretario al Lavoro (una professoressa) che, in tutta sincerità, fu decisamente molto chiara e pratica per quanto concerne l’argomento deduzione/detrazione.

Come sempre, però, prima di addentrarmi nella disamina, preferisco chiarire alcuni termini, soprattutto la differenza che esiste tra deduzione e detrazione non chiara a tutti (spesso si scambiano e si confondono l’una con l’altra).

Suddividerò l’argomento in due parti: questa prima parte, che tratta dei concetti detrazione e deduzione, serve da “base” per capire il tema che affronterò nella seconda parte inerente proprio alla possibilità di detrarre e dedurre gli scontrini di quanto acquistato.

Per capire la differenza tra deduzione e detrazione, però, dobbiamo prima fare ancora un minuscolo passo indietro e vedere, almeno a grandi linee, come funziona il sistema contributivo in Italia.

Come si calcolano le tasse?

Per sapere quanto si deve pagare in tasse, semplificando al massimo, si può dire che si prendono tutti i redditi (tutto quanto di è guadagnato con tutti i lavori dell’anno sommato alle rendite finanziarie, ai valori delle proprietà immobiliari e alle varie voci che, in un modo o nell’altro, concorrono alla ricchezza personale) e, in base all’ammontare, si applicano delle aliquote (delle percentuali) e il valore derivante da queste corrisponde a quanto va versato all’erario.

Si suole dire che in Italia si paghi in tasse il 50% di quanto si guadagna in un anno. Premesso che in parte è vero, c’è da spezzare una lancia in favore del sistema di tassazione… non tutti pagano il 50% (che, invero, non viene raggiunto mai da nessuno attraverso le forme di tassazione diretta – l’Unico ed il 730, per intenderci), è anche vero, però, che le forme di tassazione indiretta sono decisamente tante, fantasiose e variegate (in più adesso il Sig. Monti ha idea di incrementare proprio quelle indirette).

All’interno della tassazione diretta dobbiamo considerare che questa non avviene attraverso una singola aliquota identica per tutti. La tassazione è progressiva, ovvero: più guadagni, più paghi.

Il concetto alla base di questo tipo di scelta è di tipo sociale in quanto si viene “obbligati dallo stato” a fare un po’ di solidarietà. Ogni cittadino, infatti, deve contribuire, secondo le proprie capacità, al mantenimento dello stato e dei servizi che questo eroga a tutti i cittadini. In pratica è un modo per redistribuire il reddito, sotto forma di servizi, riequilibrando, così, i divari sociali che vengono a formarsi naturalmente nelle società economiche.

Per quanto riguarda la tassazione diretta, faccio un esempio di ciò che accade durante i calcoli per la compilazione dell’Unico. Per semplicità, come sempre, uso delle cifre e delle percentuali inventate in maniera tale da avere cifre tonde. Ipotizziamo che il mio reddito di fine anno sia 40000 (lavoro, proprietà, rendite finanziarie ecc.); il ragionamento alla base è più o meno questo:

  • 5000 è il minimo indispensabile che lo stato ipotizza per sopravvivere in un anno, pertanto quello non viene tassato
  • fino a 10000 viene tassato al 20% (quindi il 20% di 10000 – 5000, quindi 1000)
  • fino a 35000 viene tassato al 30% (quindi il 30% di 35000 – 10000, quindi 7500)
  • oltre a 35000 viene tassato al 40% (quindi il 40% di 40000 – 35000, quindi 2000)

secondo questi calcoli dovrei allo stato 1000 + 7500 + 2000 = 10500 dei 45000 (in tassazione diretta) che ho guadagnato in un anno.

Per coloro che sono dipendenti, una parte di questi conti (quella relativa al reddito da lavoro dipendente o da pensione) viene fatta direttamente in busta paga, pertanto ogni mese lo stato prende una parte delle tasse di tutto l’anno (se guardate la vostra busta paga noterete che il lordo è quasi il 30/40% in più rispetto a quanto vi viene effettivamente accreditato in banca), garantendosi, così, un flusso continuo di cassa, ovvero degli introiti costanti durante tutto l’anno.

Quello che avviene durante la compilazione del modello Unico è rifare tutte le somme nel caso si avessero altri redditi differenti da quelli da lavoro dipendente/pensione (per esempio essere proprietari di una seconda casa), aggiungere questi agli altri redditi e attuare quanto detto prima nell’elenco puntato.

Lo stato, però, prima di arrivare alla fine dei conti, concede la possibilità di dedurre e detrarre alcune spese dai propri redditi.

Che differenza c’è tra deduzione e detrazione?

La deduzione delle spese è la possibilità che lo stato concede di abbassare la propria base imponibile (cioè il reddito su cui si va a calcolare la percentuale). Il caso più esplicito è la deduzione della prima casa: in pratica nel reddito imponibile non viene calcolato il valore della prima casa.

Con la detrazione delle spese lo stato concede al cittadino di poter dedurre una percentuale di alcune spese sostenute, per esempio il 36% delle spese di ristrutturazione o il 19% di una certa quota delle spese mediche sostenute.

Rifacendoci all’esempio di prima ipotizziamo di avere, alla fine dei conti, 6000 da poter dedurre: prendo il mio 40000 e sottraggo i 6000. Il reddito su cui devo effettivamente effettuare il calcolo, quindi, diventa 34000 e non più su 40000 (per fare i calcoli di prima, vuol dire che si tassano al 30% gli ultimi 24000, ovvero 7200, pertanto il totale sarà 8200 invece di 10500).

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