Cabo verde: appunti “pratici”

Torno dalle isole di Cabo Verde. Dopo una breve escursione che mescola il piacere del viaggio in sé con quello del ritrovo familiare. Mio fratello infatti ci vive da circa otto mesi, gestendo con altri un ristorante nell’isola di Fogo.
Capo verde è un arcipelago dell’oceano Atlantico di dieci isole di origine vulcanica che si trova approssimativamente a 500 km dalle coste del Senegal, e a 1500 km a Sud delle Canarie. A differenza di queste ultime è completamente indipendente da stati europei, essendo l’arcipelago una repubblica parlamentare autonoma dal 1975.
La moneta tipica è l’escudo capoverdiano, che vale all’incirca 1\110 di euro, per quanto spesso il cambio venga fatto a 100 escudos per un euro.
Ci si arriva in circa cinque ore e mezza dall’Italia, con voli il cui prezzo varia dalle 350 euro a sopra le mille a persona, a seconda delle offerte e dei tempi in cui si prenota. Personalmente ho speso intorno alle 400, con un volo last minute collegato ad Alpitour ed alla compagnia Neos.
Con questo tipo di voli si arriva all’isola di Sal (Ilha do Sal) e\o a quella di Boavista che fanno parte delle Ilhas do Barlavento (a Nord dell’arcipelago), che dovrebbero essere quelle più ventose e a clima più secco. Sal, per quel poco che ho potuto vedere, gode di un mare veramente bello, con spiaggia fine e molto chiara; in compenso, è decisamente troppo turistica: praticamente le uniche costruzioni sono quelle di villaggi, resort e simili su un terreno altrimenti semi-desertico. Da quel che ho sentito è stato proprio negli ultimi sei\sette anni che si è evoluta questa esagerato sviluppo “edilizio”; prima l’isola doveva essere decisamente diversa: meno turistica e più caratteristica, locale. A Sal ci sono inoltre un mucchio di italiani, tanto che anche i locali – almeno presso il mare e le zone più turistiche – sembrano talvolta prediligire la lingua del bel paese al portoghese o al creolo capoverdiano.
A Sal sono in sostanza rimasto il tempo di prendere un secondo areo più piccolo – sotto linee capoverdiane e locali quali TCV o Halcyonair – per arrivare prima a Praia, capitale dell’arcipelago e città dell’isola di Santiago, poi a São Filipe, città principale dell’isola di Fogo.


Entrambe queste isole fanno parte del gruppo Sotavento dell’arcipelago, a Sud dello stesso.
Praia è, per dirla semplice semplice, un casino. Si alternano mucchi di casupole in pietra, costruzioni più o meno creative a grossi edifici pseudomoderni, banche, ristoranti con terrazza. Ha però, nel suo caos, una confusione che odora molto di Africa, con bambini sparsi in giro ovunque, donne acrobate che portano letteralmente di tutto sulla testa e strade in parte asfaltate in parte incrostate e dipinte dal giallo dei numerosissimi taxi che non esitano a stombazzarvi dietro per ricordarvi che, sì, sono lì per voi.


Lasciata Praia – dalla quale bisogna passare perché è aeroporto internazionale – si arriva a Fogo con un secondo volo interno. Il costo del tragitto Sal – Praia – Fogo è di circa 120 euro, per quanto probabilmente si possa trovare a qualcosa meno. Consiglio però di organizzarsi bene con le coincidenze o si rischia di metterci due giorni per l’intero tragitto dall’Italia, perché i voli locali sono circa due o tre al giorno, in specie per Fogo, e non è facilissimo capire con largo anticipo quando partono con esattezza, perché spesso dipende da quanta gente vi vola. Se si è già deciso di fare a tappa a Sal o a Praia, probabilmente la cosa diventa più semplice, e ci si può facilmente imbarcare per quella che – in entrambi i casi – è circa mezz’ora di volo.
Fogo è un’isola tendenzialmente meno turistica di Sal, per quanto a mio dire sia più caratteristica e particolare. “Nel 1680 avvenne un’eruzione violenta che fu ricordata perché la si poteva ammirare anche da centinaia di chilometri. Fu durante questa eruzione che l’isola assunse il nome Fogo (Fuoco)”, ci informa Wikipedia. Un terzo dell’isola è infatti occupato dal vulcano, meta turistica per eccellenza del luogo.


Si può infatti andare a vedere il “paesino” di Chã das Caldeira, e poi salire in vetta con una camminata (un po’ ripida ma fattibile) di circa tre ore a salire. Invece a scendere – ed è la cosa più bella! – ci si mette niente, perché si scende letteralmente scivolando sulla sabbia e ghiaia nera. Cosa per certi versi impressionante perché a guardare la discesa dall’alto mi son detto “ma sei scemo a scendere da qui, ti ammazzi”, ma quando parti ti limiti a fare un passo lungo cinque o sei, e anche se cadi scivoli semplicemente sulla sabbia, sprofondando un poco coi talloni o mal che vada di chiappe: non ci si fa nulla, insomma.
La cosa strana di Fogo è che è appunto un’isola più di montagna che di mare: qui la spiaggia è nera ma non sempre di facilissimo accesso. Corre anche voce che sia piuttosto pericoloso fare il bagno per quanto, se si va quando è tranquillo, è fattibile. Fogo è più verde di Santiago, per quanto tutte le isole di Capo Verde soffrano del problema delle risorse idriche. Proprio per questo è stranissimo vedere, presso il vulcano, e praticamente di botto, una vera e propria foresta far capolino dalla terra nera dell’ambiente vulcanico di Chã.


A São Filipe ci sono stato nel periodo di carnevale, e in questo lasso di tempo è divertente vedere la “processione” dei costumi e dei rioni un po’ alla volta. Girano i locali con gli abiti della festa (a diverso tema), semplici ma genuini e gioiosi, per vari giorni, per poi concludere il tutto in una sfilata unica dove viene infine scelto un vincitore a cui va un premio. Altre feste – compresa quella dell’isola – sono verso fine aprile e a maggio.

Le donne di Fogo – forse mia impressione – sono in maggioranza mulatte e praticamente di ogni sfumatura, in specie rispetto a Praia o a Sal, dove per la maggior parte sono proprio scure. Ovviamente molte sono bellissime, anche se cambiano presto aspetto con l’età e, cosa che più mi ha colpito, è che, nonostante la povertà (forse non eccessiva a Capo Verde, ma comunque a tratti discreta) sono tutte vestite benissimo, forse pure troppo. Del resto, è anche strano vedere come tutti – maschi e femmine – abbiano il cellulare, e probabilmente migliore del mio. Ma nel caso specifico ci vuole veramente poco!
Probabilmente, il turismo e gli immigrati hanno portato e contagiato i capoverdiani con bisogni tipicamente occidentali.
Cosa che ho notato, a Fogo ma anche in generale a Capo Verde, è che i prezzi delle cose comuni (mi riferisco più che altro ad alimentari o nolo macchine, credo assai meno affitti a lungo termine) sono solo di poco inferiori a quelli italiani, anche per gli elevati costi di trasporto del materiale, data la scarsità di prodotti agricoli sull’isola. V’è però un vino piuttosto famoso, quello appunto di Fogo, che fanno presso il vulcano e… l’ho provato da poco 🙂 in effetti è buono.
La cucina è semplice ma gradevole: si usa riso come companatico, poi si va di pesce (in prevalenza tonno e garhopa – non ricordo come si scriva) e patate. Oppure un piatto tipico è la cachupa, una sorta di mix di fagioli, mais e manioca, a cui si aggiunge o pesce (meno costoso) o carne (più cara). Quella che ho provato a Sal, a dire il vero, sembrava una sorta di concentrato della colazione british, anche perché condita con uova e bacon!
Altro piatto tipico sembra essere a base di carne di capra e, a questo proposito è interessante parlare di un’altra festa che ho potuto vedere: la mattanza di Campanha. In sostanza in questo paesino a circa un’oretta di macchina da São Filipe si dilettano a danzare e a macellare all’aperto, con tanto di musica tribale a contorno, alcune vacche e capre, che poi servono direttamente alla brace poco dopo la cerimonia. Può fare un certo effetto, ma se lo si colloca nella loro cornice di tradizione e folklore è interessante da vedere e, se non ci si fa suggestionare dalle scene, la carne resta buona.
Può essere divertente raccontare del viaggio in pulmino a questa fiera, perché si sale in sostanza su uno dei tanti mezzi che per ben poco a persona ti portano in giro per l’isola (se non si trova un passaggio in autostop), magari con un “leggero” ma accogliente sovrannumero di passeggeri, che però ti fa apprezzare il viaggio per la socialità dei locali. A me per esempio, è capitato di far da “cuscino” a due bambini che mi si sono letteralmente addormentati sul fianco, evidentemente poco preoccupati dal fatto che fossi un perfetto estraneo e di carnagione diversa. Qui probabilmente è già passato quel detto di Bob Marley, per cui non v’è (o non vi dovrebbe essere) differenza tra il colore degli occhi e quello della pelle.
In fondo la cosa che mi ha più colpito del posto è quello: un diverso stile di vita, un ritmo più tranquillo, ed il fatto che non c’è quasi salvezza al fatto che se incroci un altro essere umano sul tuo cammino, quello alzi un pollice in aria e ti saluti.
Spero che possa essere una di quelle abitudini che possa portarmi a casa, da usare perlomeno nei paesini di queste parti dove, anche se dovessero prendermi a male, potrò sempre rispondere con un tipicissimo slogan del posto: tranqüilo, no stress.

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