Manovra Monti: tagli alla ricerca – tassazione #monti #ricerca #tagli #tasse

Torno nuovamente sui tagli alla ricerca previsti dal maxi-emendamento al Decreto Legge fiscale in analisi in parlamento.

Leggo sul Corriere un articolo che parla della posizione dei ricercatori a seguito della decisione, da parte del governo, di introdurre la tassazione dell’IRPEF anche per i ricercatori (oggi esenti).

Tasse sulle borse per dottorato di ricerca

Tasse sulle borse per dottorato di ricerca

Lo stato attuale dei ricercatori è il seguente: in questo momento chi riceve la borsa di studio per il dottorato di ricerca non sta pagando le tasse su quanto percepisce dal proprio lavoro.

Dall’articolo evinciamo che la borsa di studio per il dottorato di ricerca, in Trentino, è di 13638,48€ all’anno che, con un rapido calcolo, ci porta a 1136,54€ al mese per 12 mesi. Siamo obiettivi: non è tanto, anzi… [UPDATE: Alessio, nei commenti, specifica che il contributo INPS viene versato, pertanto ai conti andranno tolti un’altra cinquantina di euro]

Non è tanto, visto e considerato che la ricerca è uno dei pochi motori potenziali per la crescita (che, ricordo, esiste solo nella bocca del sig. Monti e della Fornerno, ma non esiste assolutamente nei fatti di questo governo). Sono sostanzialmente d’accordo, pertanto, che vengano presi a cura dallo stato.

Con l’introduzione delle tasse su questo reddito si troverebbero a pagare l’eccedenza di 11500€, ovvero verrebbero tassati i 2138,48€ restanti con l’aliquota al 30% circa, ovvero 700€/anno in meno che devono essere versati in tasse (pertanto il proprio mensile netto scenderebbe a poco meno di 1080€/mese).

Dopo aver letto l’articolo ed essermi, inizialmente, indignato di questa volontà di tassare i ricercatori, mi sono fermato un attimo a pensare. La Costituzione dice che ognuno deve contribuire in base alle proprie possibilità e nei tribunali è scritta la tanto celeberrima quanto inascoltata massima:”La Legge è uguale per tutti”.

Mi sono quindi venuti in mente gli altri lavoratori dipendenti, perché , sebbene ricercatori, restano pur sempre dei lavoratori (fino a prova contraria) e vanno assimilati alla categoria dei dipendenti visto che la loro borsa di studio si avvicina più al concetto di stipendio che non di fatturato.

Anticipo l’affermazione che può sembrare shock: sono assolutamente d’accordo che un ricercatore paghi le tasse. Ognuno deve contribuire secondo le proprie possibilità… e non trovo giusto che un centralinista, un operaio o un dirigente le paghino e un ricercatore no. Tutti dovrebbero pagarle, nessuno escluso.

DISCLAIMER prima di proseguire (non vorrei fraintendimenti): il discorso che mi appresto a fare è di tipo concettuale, pertanto non prendete i termini letteralmente… Visto che camminerò, di fatto, sulle uova, per favore leggete il concetto. Vorrei che nessuno si sentisse offeso per frasi tipo:”un ricercatore vale quanto un operaio”. Ripeto: non intendo assolutamente offendere né sminuire nessuno; soltanto è più semplice operare per esempi.

Se già la frase di esempio scritta sopra vi urta: non proseguite nemmeno, potreste anche incazzarvi sul serio… Suddivido in due momenti l’analisi: ciò che, secondo me, andrebbe fatto in termini di ideale e ciò che è possibile realizzare.

Cosa fare a livello utopico?

Penso sempre al centralinista da 800€/mese o all’operaio da 1000-1200€/mese. Nessuno se la spassa, né il centralinista, né il dottorando, né l’operaio. Di fatto, inoltre, lo stato ci sta dicendo che un ricercatore “vale” come un operaio”. Non è al pari di un dirigente, di un impiegato, di un funzionario o di altre figure. Lo inserisce in una fascia compresa tra un centralinista e un operaio.

Dal mio punto di vista tutti i lavori hanno pari dignità e, qualunque lavoro si svolga, questo va svolto con estrema dignità (sia questo lo spazzino o l’amministratore delegato della grande società), con dedizione e, se possibile, con passione. La condizione perché ciò avvenga, però, è legata indissolubilmente anche al livello retributivo: se incontra le aspettative del lavoratore (o le supera, ma è più difficile) le cose possono andare bene e, sicuramente, le basi del lavoro sono più solide e stabili. D’altro canto, non si vive di gloria, di fama e di pacche sulle spalle. La società attuale richiede delle cose chiamate “soldi” per acquistare della roba chiamata “merce” che serve per un’attività chiamata “vita“. E un ricercatore sa che la sua ricerca può salvare vite, può migliorare vite, può diventare pilastro economico di aziende e di conseguenza di intere famiglie. Sa di essere un mattone fondamentale per la crescita di un Paese e, prima ancora, della società civile.

Fatte queste dovute premesse quello su cui possiamo andare a discutere è legato esclusivamente alle condizioni economiche. Se stessimo acquistando un bene parleremmo di “prezzo di riserva”, ovvero quanto siamo disposti a spendere per acquistare quel bene

Il rapporto di lavoro lo possiamo assimilare, in astratto, ai concetti di domanda e offerta e, nello specifico, ai concetti di surplus del consumatore e surplus del produttore. Di fatto possiamo vedere il datore di lavoro come il consumatore ed il dipendente come produttore.

In questo istante lo Stato sta dicendo che è disposto a pagare il prodotto “ricercatore” al pari del prodotto “operaio”. Dall’altro lato (anche perché costretti dalla contingenza) i produttori sono d’accordo a diminuire all’inverosimile il proprio surplus e accettano di vendere il proprio prodotto (se stessi) a quel prezzo.

Lo Stato, quindi, è un bravo consumatore, cerca di tirare il più possibile sul prezzo ed il ricercatore è un produttore che non sta facendo i propri interessi.

Torno, quindi, al concetto di tasse sulle borse di dottorato. Chi eroga le borse di studio per la ricerca, anche indirettamente, è lo Stato. Chi incamera i proventi della tassazione è nuovamente lo Stato. In pratica il consumatore si sta facendo da solo uno sconto del 5% risparmiando 700€ l’anno.

Su questo, economicamente parlando, non c’è niente da eccepire: tutte le brave casalinghe e i bravi casalinghi sanno che bisogna risparmiare quando si va a fare la spesa per far quadrare il bilancio familiare.

Chi gestisce i soldi in casa, però, sa benissimo che non può far nulla contro il caro-prezzi imposto dai produttori. Se il prezzo del latte aumenta mediamente di 0,10€, non potrà far altro che pagare, indipendentemente dalla marca, quei dieci centesimi in più. Ma come fanno i produttori ad accordarsi sull’incremento? Semplice: sono pochi, si siedono attorno ad un tavolo e decidono (pensate ai cartelli negli oligopoli).

Torniamo ai ricercatori. Le tasse, come detto, sono convintissimo debbano pagarle, come tutti. Sono altrettanto convinto, però, che debbano accordarsi (attraverso i propri rappresentanti, visto che, per quanto in numero esiguo, sarebbero troppi per mettersi d’accordo) per aumentare il prezzo del prodotto.

Rispetto ad un operaio, infatti, hanno in mano un potere contrattuale maggiore dato dall’estrema specializzazione, dalla carenza in termini quantitativi e dal fatto che, il consumatore, ne ha estremamente bisogno.

Per finire, quindi, sono convinto che il terreno su cui ci si dovrebbe impegnare seriamente non sia tanto il mantenimento di un presunto diritto (in deroga al resto della popolazione), quanto la contrattazione per stipendi maggiori. Lo Stato, infatti, non può fare granché per quanto riguarda le retribuzioni nel privato, ma le proprie spese le può controllare e se i produttori decidono di alzare tutti quanti il prezzo…

Non che questo sia facile, anzi! Ma non è chiedendo di continuare ad essere diversi dagli altri cittadini che si cambia mentalità in un intero Paese.

Cosa fare in questo momento?

A fine mese, però, ci si deve arrivare soprattutto adesso e trovarsi 700€ in tasca in meno pesa. E pesa tantissimo. Sono un mese e mezzo o due di affitto e se non li ho da dare al proprietario, vengo sfrattato. Io avrò problemi perché senza casa, il proprietario avrà 700€ in meno da spendere, i negozi  quei 700€  distribuiti in meno ecc…

Al di là dei discorsi utopici, quindi, cosa fare se lo Stato mi tassa all’improvviso ed io che faccio ricerca mi trovo un taglio netto del 5% sulle mie entrate?

Secondo me la strada giusta da perseguire in questo momento è lamentarsi a voce alta, coinvolgere chi ricercatore non è, fare manifestazioni, rifiutarsi di proseguire le ricerche fintantoché non si viene ascoltati o finché la norma non rientra e tenere duro per mantenere invariato lo stato delle cose. Bloccare la ricerca non per un giorno e basta, però… io penso a settimane, mesi… Il tutto, però, con una controproposta sul piatto: entro un dato termine (un anno? due?) introdurrete la tassazione – cosicché non vi siano differenze tra i cittadini – e, contestualmente, aumenterete la retribuzione. E queste sono le condizioni minime perché i laboratori vengano riattivati, altrimenti, caro sig. Monti, saluta pure la parte di crescita del tuo sciagurato ed inefficace piano di governo e aspettati che, come i ricercatori, pian piano iniziano anche tutti gli altri…

— UPDATE – 17/04/2012 —

La norma è stata stralciata ieri, come ho riportato anche nell’update del post sulla contestazione dei dottorandi verso questa norma.

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11 Pensieri su &Idquo;Manovra Monti: tagli alla ricerca – tassazione #monti #ricerca #tagli #tasse

  1. A me pare sinceramente utopica anche la seconda strada… So che sei un ottimista ma credi davvero realistico che le persone riescano ancora oggi “a fare corpo” e a mettersi d’accordo su un obiettivo comune da perseguire?

    • Purtroppo è ciò che sta mancando gravemente nel Paese.
      Secondo me, però, sarebbe possibile associarsi nuovamente bypassando le strutture attualmente esistenti (leggi sindacati) che sono vecchie, inefficaci e, soprattutto, troppo politicizzate ed interessate non più ai lavoratori, ma alla propria poltroncina (non tutti, per carità, ma quelli che contano sì).
      Secondo me la seconda è realizzabile nel momento in cui l’associazione ed il movimento si aggrega su internet, sui social network, via telefono ecc.. e poi ci si propone con delle idee concrete e non con dei “no” a priori.
      Non posso non ricondurmi a quello che fanno Anonymous. Non si cconoscono, non si sa chi siano, ma si organizzano e hanno successo…

  2. Idea affascinante ma difficilmente perseguibile, visto che i posti nella ricerca sono pochi, senza garanzie e malpagati ma spesso ambiti. Ci sarà sempre qualcuno che per fame o remissività preferisce adeguarsi al sistema e far fallire ogni tenativo di boicottaggio.

    • […]e il sistema sicuro è pigliarti per fame[…]
      Non posso mettere la parte di moglie e figli, perché un ricercatore non se li può permettere…
      E comunque il problema è proprio quello di domanda e offerta. la domanda è poca, l’offerta è tanta ed il prezzo cala..aggregarsi, però, potrebbe diminuire le voci in campo diminuendo (virtualmente) l’offerta in quanto diminuiscono gli attori impegnati nella trattativa…

  3. Pingback: Prima lettera aperta al Sig. Monti #monti #governo « sipronunciaaigor

  4. le borse di studio per dottoratyo sono soggette ad esenzione irpef sulla base di una legge speciale… non credo che la norma li riguardi … fra l’altro tale norma già esisteva ed equiparavale borse di studio (escluse quelle universitarie e di dottorato, esenti irpef) a redditi assimilati irpef.

    La nuova norma dovrebbe costituire una deduzione per le “altre borse di studio” … quelle appunto che già erano sottoposte ad irpef secondo i normali scaglioni.

    Reputo invece che tale norma possa applicarsi ai dottorandi dipendenti pubblici che mantengono lo “stipendio” (decurtato) …stipendio che viene erogato per l’attività di studio svolto… e non di lavoro…. trattandosi così di una vera e propria borsa di studio che appunto dovrebbe poter godere di 11500 euro di deduzioni

    • Ciao Francesco,
      anzitutto ti ringrazio per la precisazione, però, per darmi modo di approfondire, ti sarei grato se riuscissi a fornirmi alcuni estremi per migliorare la mia ricerca e l’articolo (magari i riferimenti normativi precisi per le varie forme che mi hai esposto).
      In qualunque caso cerco di approfondire, per quanto mi riesca, l’argomento, così da essere più dettagliato.
      Come sempre: aiuti dall’esterno per reperire informazioni sono sempre molto ben accetti 🙂

  5. Sono parzialmente d’accordo sulla logica dell’articolo, tuttavia vorrei fare un paio di commenti:

    1) Piccola precisazione sui conti: l’importo netto di una borsa di dottorato è già 1031 €, non 1136 (bisogna detrarre i contributi INPS). Quindi già ora l’importo è più basso di quello ipotizzato a seguito della decurtazione IRPEF. Può sembrare un’inezia, ma 100 € in più o in meno a questi livelli non lo sono.

    2)Si parla di dottorandi come se fossero veri e propri ricercatori, asserendo che si tratta di lavoratori assimilabili alla categoria dei dipendenti. Non è così: allo stato attuale i dottorandi sono considerati degli studenti (sebbene poi lo Stato versi i 2/3 dei contributi INPS). In effetti i dottorandi non usufruiscono di molti diritti dei “lavoratori” (welfare, malattia, ferie, ecc)

    • Ciao Alessio,
      anzitutto grazie per le preziose precisazioni.
      Per quanto riguarda il primo punto, appena riesco provvedo ad aggiornare mettendo un rimando al tuo commento.
      Per quanto riguarda il punto 2, l’assimilazione l’ho adottata a titolo di semplificazione. Se da un lato è un dato di fatto che siano studenti, dall’altro percepiscono, di fatto, una sorta di stipendio, pertanto è più facile assimilarli a lavoratori (visto, poi, che non ci sono malattia e simili, sono, per l’esattezza, più vicini ai soliti contratti precari di diversa tipologia presenti nel Paese).

      Grazie ancora.

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