Dizionario moderno – 1: spread, fiscal compact, spending review #spread #fiscalcompact #spendingreview

Da quando è iniziata la crisi economica non si fa altro che sentire termini come “spread”, “fiscal compact”, “spending review”, “credit crunch”. Questo per stare sui termini stranieri. Possiamo, poi, leggere quelli italiani come “patto di stabilità” o “scudo fiscale” e vediamo che il quadro si riesce a complicare ancora di più.

Spending review - immagine tratta da lospiffero.com

Spending review – immagine tratta da lospiffero.com

Questo è il primo di una piccola serie di articoli che voglio pubblicare in seguito alle decisioni (?) prese (???) dal governo Monti riconducibili alla cosiddetta “spending review”.

Ora, il primo problema da affrontare, per trattare un tema di questa natura, è quello dell’avere un dizionario dei termini che sia comune. La base della comuncazione verbale (al fine di comprendersi) consiste nel riferirsi con i medesimi termini ai medesimi concetti. Se dico sedia la maggior parte di voi dovrebbe ricondursi mentalmente a quell’oggetto su cui poggia il proprio sedere quando va a pranzo. Quell’oggetto che può essere, di norma, di metallo e legno, legno, plastica, metallo e plastica e tutta un’altra serie di combinazioni. Spesso colorato, prevalentemente con quattro zampe, se da casa, un piantone e cinque razze se da ufficio.

Il problema, in questo caso, non è irrisorio in quanto, oltre alle difficoltà naturali di comunicazione all’interno della stessa lingua, vanno ad aggiungersi difficoltà oggettive dettate dall’uso di termini stranieri, che già in italiano potrebbero dare qualche problemuccio.

Ok, data la premessa, cominciamo.

Rendimento

Il rendimento è la percentuale di ritorno a fronte di un investimento. In termini semplicistici: se compro 100€ di azioni del 7% annuo vuol dire che alla fine del primo anno mi trovo accreditati in banca 7€ e, alla fine del secondo, altri 7€ e così via.

Ma quindi? Che figata il fatto di avere un rendimento alto sui titoli di Stato… Ne compro una paccata (per dirla à la Fornero) e sono a posto rispetto agli interessi praticamente nulli che mi darebbe la banca. Il problema di avere un rendimento alto sui titoli di Stato è che lo Stato sta “allettando” gli investitori per fare cassa e, di conseguenza, far fronte a debiti o simili verso gli stati esteri, ma, così facendo, si indebita verso la popolazione. Per ripianare il debito verso la popolazione (sta pagando interessi molto cari) potrebbe essere costretto, per esempio, ad effettuare tagli, politiche di contenimento di spesa, aumento della tassazione, svalutare la propria moneta e così via. Un interesse alto oggi significa che lo Stato non sta bene e, comunque, sta solo spostando in là (aumentandolo) il proprio debito.

Spread

Per l’esattezza il suo nome per intero sarebbe credit spread ed è il differenziale di rendimento tra titoli di stato. Quello di cui tanto si parla è relativo ai titoli decennali. Ne sentiamo parlare molto spesso in riferimento allo spread BTP-BUND o tra BUND tedeschi e BONOS spagnoli (quelli decennali tedeschi, sempre per completezza e considerata la precisione teutonica della lingua, sarebbero i Bundesanleihen) Il differenziale, come suggerisce il termine, è una differenza. Il segno “meno” della matematica. La traduzione letterale è “diffusione/apertura” (attenzione, non divario; divario sarebbe gap). Il calcolo specifico che ci porta alla determinazione dei rendimenti lo lasciamo da parte; ci basta sapere, però, che quel numerino comunicato con tanta ansia durante i telegiornali è, in realtà, una percentuale. Il valore dello spread si misura in “punti base” (è l’unità di misura). Se lo spread BTP-BUND è 437 significa, in realtà, 4,37 punti percentuali… Diciamo che il rendimento dei BUND è 3% e quello dei BTP è 7,37% allora avremo 7,37-3=4,37. Lo spread, a questo punto, sarà 437 punti base.

Spending review

Cos’è la spending review? Non c’era modo di dirlo in italiano? Sì, c’è un modo. In italiano si dice “revisione di spesa”. La traduzione letterale 🙂

Ipotizzate di essere proprietari di un’azienda e, in fase di espansione e forti guadagni, assumete nuovo personale, comprate il capannone più grande, aprite nuovi uffici e nuove sedi ecc. Poi, in una fase recessiva, vi trovate ad indebitarvi sempre più per mantenere gli stipendi dei dipendenti e tutta la montagna di roba realizzata. Cosa fareste?

Quando la brava casalinga che tiene i conti in casa vede che non ci sono sufficienti soldini per tutto cosa fa? Prende tutte le spese fatte nei mesi precedenti, guarda quelle che sta facendo e, ad un certo punto, decide quali spese vanno ridotte. Magari deciderà di lasciare il filetto a favore di un lesso, che, oltre ad essere più economico, le darà modo di fare anche un brodo con cui cucinerà un risotto. In pratica deciderà di ridurre le spese e, contestualmente. ottimizzare le risorse. Beh, ora non pensate più alla casalinga, ma ad uno stato e vedete che, più o meno, è la stessa cosa.

Fiscal compact

Il fiscal compact è un trattato firmato da 25 stati su 27 che entrerà in vigore il primo gennaio 2013. Ora, a parte la Repubblica Ceca, proviamo ad indovinare chi è l’altro stato che non ha firmato? Non andiamo lontano, il solito Regno Unito (in tutta sincerità non capisco cosa ci stia a fare dentro l’Unione e, soprattutto, ancora non ho capito perché non l’hanno sbattuto fuori…). In italiano, formalmente, il suo nome è “Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria” (grazie Wikipedia, col cavolo che mi sarei ricordato un nome così).

Cosa prevede il fiscal compact?

Ricopio da Wikipedia (la stessa pagina linkata poco sopra):

  • l’impegno ad avere un deficit strutturale che non deve superare lo 0,5% del PIL e, per i paesi il cui debito è inferiore al 60% del PIL, l’1%;
  • l’obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell’eccedenza in ciascuna annualità;
  • l’obbligo per ogni stato di garantire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere altrimenti gli obiettivi di bilancio concordati;
  • l’impegno a inserire le nuove regole in norme di tipo costituzionale o comunque nella legislazione nazionale, che verrà verificato dalla Corte europea di giustizia;
  • l’obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso contrario scatteranno sanzioni semi-automatiche;
  • l’impegno a tenere almeno due vertici all’anno dei 17 leader dei paesi che adottano l’euro.

In parole povere serve a garantire un maggiore potere fiscale all’Europa (che, finora, era sostanzialmente emarginata ad alcune misure di controllo sull’IVA e redazione di bilancio annuale) e una condizioni più stringenti per gli aderenti. Lo scopo vorrebbe essere una più omogenea e virtuosa situazione economica di tutto il vecchio continente al fine di evitare derive tipo quella attuale della Grecia.

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4 Pensieri su &Idquo;Dizionario moderno – 1: spread, fiscal compact, spending review #spread #fiscalcompact #spendingreview

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